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HER – Non solo un videoclip di 126 minuti degli Arcade Fire

Sono appena uscita dalla Sala più scomoda di Roma, la 3 del Maestoso, ho passato due ore senza sapere dove mettere le ginocchia. Sia il bracciolo a destra che quello a sinistra erano occupati dai gomiti di altri. Avevo la goccia al naso e non avevo i fazzoletti. È stato faticoso, ho visto "Her".

 

Non è una recensione, non ho studiato, non mi ricordo i nomi di quelli che "stanno dietro" (sceneggiatura, doppiaggio, fotografia), non sono pronta. Voglio scrivere di un modo stupidamente raro di gestire gli amori, non di un film. Lo so, è un proposito ben più presuntuoso.

 

In "Her" ci sono cose molto vere che, finalmente, vengono dette in modo spontaneo in una circostanza romantica.

 

La prima è: "Più amo, più cose e più persone amo, meglio amo Te".

È una concetto che mia madre ha provato a farmi capire quando avevo sei anni, senza riuscirci.

I miei si erano separati da undici mesi, ed io mi ero messa comoda sull'idea che lei fosse mia. Invece, lei si stava innamorando, ed io, appena l'ho capito, ho avuto paura.

Mi ha portata in terrazza, mi ha messa seduta sulle sue cosce, e mi ha spiegato che essere innamorata la rendeva felice, e che "da felice" mi amava meglio. Mi è sembrata un'idiozia.

Durante il suo primo anno di fidanzamento sono stata davvero stronza, come solo le bambine sanno essere.

 

Mia madre rimase impassibile, non ne fece un problema, non mi sgridò quasi mai per le risposte acide che davo a Nicola.

In questo modo mi mandava un messaggio: "Non sta funzionando", "Non stai attraendo la mia attenzione", "Non mi preoccupo se ti arrabbi per cose sulle quali non hai il diritto di arrabbiarti". Geniale.

Mi ha fatto smettere di fare la stronza senza neanche aver mai dovuto trovare la forza di dirmi "stai facendo la stronza", con tutte le conseguenze che questo avrebbe comportato.

 

Io ho avuto il merito di smettere quando ho capito che stavo giocando da sola. Lei ha avuto il merito di farmelo capire in modo indolore.

 

Nel corso della sua relazione con Nicola, il concetto "Più amo, meglio amo Te" mi è stato dimostrato con i fatti. Ho ceduto di fronte all'evidenza che farsi crescere da una donna innamorata è più fico che farsi crescere da una mamma a tempo pieno. Sola, repressa, nauseante. Le mamme a tempo pieno, quelle che hanno solo te al mondo, finiscono per opprimerti o per viziarti fino a farti diventare un rincoglionito.

 

Ho voluto davvero bene al suo compagno per nove anni, mi piaceva anche il modo in cui si amavano.

 

Non so come starei se mi innamorassi di qualcuno che la pensa in maniera così intelligente: "Più amo, più cose e più persone amo, meglio amo Te". Probabilmente male. L'esclusività da una sicurezza che la condivisione non da affatto.

 

Ma devo lavorarci, perché non c'è una spiegazione a questo tipo di reazione egoistico-limitata.

 

"Voglio esserci solo io", "voglio tutto per me" sono frasi da bambini capricciosi, quando le pronuncia il nostro partner (o noi stessi) però, sembrano legittime. Come se l'egoismo, in amore, non fosse considerato peccato.

 

La cosa che mi è piaciuta di Her è che, quando Theodore, seduto sulle scalette di una pseudo-Metro, chiede al sistema operativo Samantha quanti "altri" ci sono oltre a lui, e lei risponde "8.687": Theodore non passa per cornuto e Samantha non passa per zoccola. Theodore non passa per vittima e Samantha non passa per carnefice. Theodore è un quarantenne narciso e passivo, che si sta innamorando e cerca di capire, Samantha è reale, onesta, e mostruosamente umana.

 

La scena sugli scalini, in un'ottica di romanticismo tradizionale, e di lubrificazione della complessità dell'amore attraverso gli stereotipi, rappresenterebbe un momento tragico. Il momento in cui si scopre un tradimento.

In Her, invece, questa dinamica è un'epifania senza scampo. Un amplesso di sincerità in cui i due protagonisti si prestano davvero attenzione per la prima volta, e non per potersi giudicare a vicenda, per capirsi.

 

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La seconda cosa vera è: "Cambiare è legittimo".

Suona scontato, però quante volte, per lasciare qualcuno, gli abbiamo detto "sei cambiato". Come se fosse una colpa, come se fosse evitabile.

 

Facciamo progetti su cose su cui non abbiamo nessun diritto di progettare, tipo "gli altri". Io mi innamoro di "questo" e, se stiamo insieme, se ci sposiamo, se scopiamo, io voglio sposare e scopare la persona della prima volta, del giorno in cui ci siamo incontrati. L'unica persona che ho scelto, dopotutto.

 

Non si può cambiare, non è nel patto, chi cambia è in torto nella coppia.

 

"Her" è un dei pochissimi film romantici che parla bene di "quelli che cambiano". È uno dei pochissimi film in cui chi dice la frase: "le cose nel nostro rapporto sono cambiate" non passa per stronzo, ma per sano.

 

È bello vedere sullo schermo i sentimenti rappresentati in modo liquido (come sono), e non assoluto. È raro sentire dei dialoghi di coppia così sensati, adeguati e necessari.

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Sono contenta che Spike Jonze (il regista) abbia fatto giustizia. Che abbia detto a quelli che usano la frase "sei cambiato" per lasciare: Guarda che lo stronzo sei tu, non chi cambia. Guarda che anche tu stai cambiando idiota, e se non lo stai facendo allora sei andato, morto.

 

È bello soprattutto pensare a dei canoni di romanticismo realistici, disinfettarci da Titanic e da un'infanzia di fiabe coi principi azzurri.

Le parole tra Theodore e Samantha, immerse in un paesaggio che sembra la Spa personale di Steve Jobs, disinfettano molto bene.

Sono concetti tosti, ma loro li pronunciano in modo sano e indolore.

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