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TAKE THE RISK

Il bello dell'America è che qui non si vergognano mai.

Gli italiani, prima di parlare in pubblico o prima di provarci con una ragazza, vogliono la garanzia che avranno successo. L'inizio di ogni approccio, di solito, mantiene una certa vaghezza: abbiamo raffinato la capacità di far capire le nostre intenzioni senza mai comprometterci, e la capacità di costruirci una via d'uscita appena ci sentiamo rifiutati: "ma che hai capito? Io pago da bere alle donne solo perché sono un vero gentleman".

Siamo gente che giudica e quindi anche gente che ha paura di essere giudicata. Nessuno fa niente se prima non si assicura che non sarà deriso per quanto ha fatto.

Si è disposti a scopare poco, pur di non prendere un palo, invece di aumentare le probabilità, assumendosi il rischio di collezionare più "no" che "sì". La reputazione sembra aver più importanza della logica, e della possibilità di fare quello che ci piace.

Tentare, in natura, è spesso a costo zero. Fare il test per la facoltà di Medicina ad esempio lo è, conosco ragazzi che non ci provano perché "mio fratello è passato, però lui era molto più bravo al liceo, io probabilmente non riuscirei, e non voglio dover sostenere il peso del confronto". Anche candidarsi alla rappresentanza d'Istituto di un Liceo, o per qualsiasi altra posizione, è a costo zero. Ho visto decine di persone morire dalla voglia di farlo, ma non mettersi mai in pista. Non per paura della fatica e delle responsabilità, per paura di perdere. Durante i tre anni in cui sono stata rappresentante d'Istituto, molti amici mi dicevano quello che pensavano sulle nostre assemblee solo ad assemblea conclusa, in privato, ma non si azzardavano ad alzare la mano per "dire la propria" nel momento del dibattito. Anche avessero detto qualcosa di poco interessante, cosa avrebbero potuto perdere?

Perché non lo hanno fatto?

Sulla bilancia "costi-benefici" c'erano, sul piatto dei benefici: un'ammissione alla facoltà di Medicina, un seggio, un applauso. Sulla bilancia dei costi? Nulla di concreto, solo le opinioni degli altri.

Prima mi sono chiesta se la reputazione potesse valere più della logica e dell'ambizione, forse si. Ma la reputazione non sono "le opinioni degli altri", o peggio, i giudizi degli altri. E soprattutto, avere una buona reputazione significa essere chiari, trasparenti, e credibili. Non significa non aver mai fallito. 

In America, non c'è un'equivalente nel vocabolario per tradurre il nostro: "pippa mentale". Perché non esiste.

Qui, se voglio qualcosa provo a prenderla. Se non ci riesco vado avanti, a volte sarò frustrato, avvilito, ma solo perché mi manca quello che non sono riuscito a raggiungere. Non perché il mio fallimento costituisca anche una figura di merda con gli amici, una batosta al mio orgoglio, una delusione per mia madre.

Questo modo di fare, e di pensare, rende le sconfitte più leggere, e le persone meno spaventate. Il risultato è che c'è più gente che osa, e più gente che ottiene quello che vuole. 

Forse è per questo che non ci sono più grandi invenzioni in Italia, perché più c'è gente che giudica, meno c'è gente che rischia. E non si crea nulla qualcosa se non si è disposti a rischiare.

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