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” Zì ” – Parlare male va bene

Mia nonna ha avuto due mariti, dei nemici, qualche malattia, una laurea, un sacco di incidenti in macchina, ed un titolo di "Cavaliere del lavoro". Tutto questo a partire dagli anni '40.

Ha scelto di studiare, lavorare, di cornificare il primario di chirurgia nelle stanze del suo ospedale, e poi di chiedere il divorzio da lui.

Per questo l'ho sempre considerata una figa, una riot nonostante la sua attenzione all'apparenza ed il suo cattolicesimo, una stronza ed una donna capace di tutto.

 

Era laureata in lettere e filosofia, aveva fatto la Preside, aveva autorevolezza ed era piemontese, quindi odiava le mie "e" aperte. "E" da romana monteverdina.

 

Ho studiato con lei fin quando è stata viva, e l'ho temuta fino a quando è stata viva.

Ma il mio timore nei suoi confronti non mi portava a darle ragione quando pensavo di avercela io.

 

Una volta abbiamo litigato sull'Italiano, cioè, sulla lingua italiana. Una discussione tra una Prof con le competenze di Umberto Eco, e attributi che Eco si sogna, ed una bambina.

Io, ovviamente, non sapevo cosa dire.

Per un'ora ha parlato quasi solo lei, è uscita dalla stanza convinta di avere ragione.

 

Invece avevo ragione io.

 

La lingua è uno strumento. Se Eco deve studiare le vecchie regole, e rispettarle tutte, per sentirsi a posto con la coscienza, questo non vale per tanti altri. Per fortuna.

 

La lingua cambia, al mondo nascono cose nuove, ed hanno bisogno di nomi.

"Scialla", ad esempio, identifica un specifico stato annoiato-rilassato che descriverlo usando lo Zanichelli costerebbe almeno una dozzina di vocaboli.

E' vero, negli anni '40, e negli anni '80, gli italiani comunicavano nonostante l'assenza di "scialla". Però vorrei sapere chi è che durante un conflitto mondiale aveva bisogno di esprimere la sua condizione "annoiata-rilassata". Oppure durante il boom economico, mentre crollava il muro, mentre scopriva che sua nipote aveva l'AIDS, o mentre ballava "Like a virgin".

Spesso lo slang esprime gusti, stili e condizioni che nessuna parola delle generazioni passate è in grado di riassumere, perché sono gusti, stili e condizioni della generazione presente.

 

Se ora avessi davanti mia nonna che esce dalla stanza strisciando contro la parete, per timore che l'osteoporosi la  sbricioli tutta in una volta, le direi che le parole nascono per dire cose che prima non si dicevano, perché non c'erano.

Oppure che nascono perché identificano lo stile con cui una generazione parla di quello che c'è, o anche di quello che c'era già, ma che che prima era visto con altre lenti. Nascono da un'esigenza non da un'ignoranza.

 

E avrei anche un sacco di esempi.

 

L'esempio della lingua americana. Non un unico neologismo come "scialla", un'intera lingua.

Persino quegli orgogliosi ostinati degli americani riconosco che il loro vocabolario e la loro pronuncia non siano granché nobili. Eppure se una lingua volgare non avesse colonizzato il mondo, probabilmente saremmo tutti molto più pudichi, controllati, insicuri. Tutti più zitti.

Gli americani hanno avuto il problema di alterare la lingua perché diventasse originale, staccata dall'inglese britannico. All'inizio, prima che il mondo ci facesse l'abitudine, l'American English era sostanzialmente un po' di neologismi sommati ad un sacco di parole pronunciate male. Mia nonna li avrebbe corretti tutti, come correggeva le mie "e".

Questa trasformazione dell'inglese britannico in una nuova lingua è stata a discapito della raffinatezza, ma a tutto vantaggio dell'evidenza espressiva.

Ha permesso che in America nascesse una poesia diversa dalle altre, priva della stereotipa "nobiltà" poetica, che potesse parlare di strada, di vita, di gente brutta.

La poesia americana è quella che ha fatto per la prima volta uso libero ma non incontrollato di parole oscene.

Tipo Allen Ginsberg, che non so se sia bravo, ma di certo non si è fatto le pippe mentali che si fa Eco: "rispettare tutte le vecchie regole per sentirsi a posto con la coscienza".

Ginsberg è uno dei primi casi moderni in cui la poesia si è disinteressata ai suoi giochini estetici, accademici, formali, e si è fatta leggere da tutti.

L'intento era quello di svincolare i vocaboli di strada "dall'orrore" che gli attribuivano gli americani della generazione igiene-risparmio-bandiera-elettrodomestici-virtù.

 

Tipo la parola "fuck".

I poeti come Ginsberg fecero qualche ricerca e scoprirono che il vocabolo non era inserito nei dizionari, neanche in quelli antichi, nonostante sia antichissimo, addirittura anglosassone.

Non era nei dizionari antichi perché la poesia anglosassone non si occupava di sesso, ma solo di cavalieri, spade, rocce e draghi.

Ovviamente questa spiegazione non vale per la letteratura moderna, che dal Romanticismo non fa altro che raccontare lagne sentimentali ed erotiche.

Solo pochi romantici, però, erano gente libera, ed hanno sempre preferito mascherare il sesso sotto il velo del sentimento. Infatti anche nei dizionari dell'800 Ginsberg non ha trovato la parola "fuck".

 

Poi il '900, finalmente il secolo del corpo. Il vocabolo "fuck" ha incominciato a diffondersi. Gli americani che non avevano mai sentito questa parola antichissima l'hanno considerata uno slang, una parola da strada, una volgarità. In realtà era l'unica parola che sintetizzasse una realtà che fino ad allora "non si diceva". Nel senso, non c'era mai stato bisogno di un parola che significasse "sesso", perché nessuno si era mai sognato di parlare esplicitamente di sesso.

 

"Scialla" invece non esisteva perché nessuno se la sentiva "scialla" nel '39, ma oggi che esiste va usato, diffuso, messo nei vocabolari ed insegnato ai bambini. Lo slang è un pezzo di vocabolario con una sua dignità, e di solito costituisce anche la parte più sintetica ed efficace di ogni lingua. A maggior ragione dovrebbe essere benvoluto ed utilizzato in Italia, dove la lingua canonica è elegante ma tutt'altro che schietta.

 

Quando penso a mia nonna, penso che in fondo eravamo d'accordo su tutto, lei si era solo distratta un attimo.

3 Comments

  1. Alessandro Territo

    Un pensiero simile io l’ho sempre espresso con una frase: se le parole esistono vuol dire che ci sono circostanze in cui è corretto utilizzarle.
    Difficilmente avrei saputo spiegarlo così bene.
    A te il dono dell’eloquio, a me della sintesi.
    Saluti!

  2. Oscar Pettinari

    Secondo l’Accademia della Crusca l’italiano “perfetto” è il <> (dove il senese sta per le doppie, la sillabazione e il romano per l’accentazione), quindi, con ogni probabilità, essendo piemontese, non aveva alcun diritto di criticare le tue “e”, aperte o chiuse che fossero, perché probabilmente era lei a sbagliarle.

    Per spiegare il termine “scialla” di vocabolo ne basta uno: scialo. Innanzitutto non è un termine slang (esiste poi lo slang in Italia? la struttura dei dialetti e dei vernacoli è assai più complessa) ma dialettale, siciliano, perché nel suo più probabile etimo il collegamento è con “scialare”. Il termine è attribuito ad un concetto di sperpero o di larghezza di mezzi, anche in positivo, proprio del gettare all’aria i beni. L’italiano deve questo termine (e la sua storpiatura) al siciliano, in Latino ha un significato leggermente diverso, l’uso siciliano, che è quello che adottiamo noi oggi, deriva dai costumi dei Mori, precisamente dei nobili arabi. Quindi con ogni probabilità anche “scialla” esisteva ben prima degli anni ’40 o ’80, semplicemente non esisteva a Roma o in Piemonte che, però, non sono gli epicentri dell’universo. La Treccani suggerisce che per onomatopea derivi addirittura da “Inshallah” ma non è un’etimologia certificata dalla Crusca o da qualche altra Accademia di linguistica. Il concetto base è l’utilizzo del termine in senso positivo, “scialla” è un invito, “sciala pure”, da cui la sfumatura di tranquillità, rilassatezza, con la noia invece non ha proprio nulla a che vedere. Probabilmente di “Scialla” solo la seconda “L” è dovuta al tipico raddoppiamento romano.

    È giusto dire che il contesto storico influisce sul linguaggio, ci sono parole che nascono in determinate epoche perché sono inconcepibili prima le necessità che portano alla loro creazione.
    Più avanti però dici che le parole nascono dall’esigenza e non dall’ignoranza, questo è un errore madornale secondo la linguistica perché, ed è uno dei postulati fondamentali della Crusca, “L’uso fa la norma”. Migliaia di vocaboli li abbiamo perché sono stati storpiati per pura ignoranza (come ad esempio il verbo “incominciare” che utilizzi poco dopo, neologismo che solo trent’anni fa sarebbe stato sottolineato in blu dalla maestra). La storpiatura assume diverse forme, un’altra delle più frequenti è l’ipercorrettismo per cui credendo che una parola sia sbagliata la si corregge sbagliandola, se la cosa viene ripetuta abbastanza, allora abbiamo una nuova parola (come “famigliare” per cui si sono dovuti inventare un significato apposito).

    “Eppure se una lingua volgare non avesse colonizzato il mondo, probabilmente saremmo tutti molto più pudichi, controllati, insicuri. Tutti più zitti.”
    È una teoria interessante quanto imprecisa, sono i costumi ad influenzare il linguaggio e non il contrario. Senza contare che l’italiano è da sempre la lingua con più improperi e i più pesanti, vedere per credere. L’inglese ha più vocaboli, perché hanno una parola per tutto, ma non possono neanche bestemmiare come si deve.

    “Gli americani hanno avuto il problema di alterare la lingua perché diventasse originale, staccata dall’inglese britannico.” Questa è un’inesattezza storica grossolana. Le colonie periferiche sono quelle che mantengono di più l’originalità della lingua che li ha colonizzati, motivo per cui la lingua più simile al latino non è l’italiano ma il rumeno. Un colono americano all’epoca della dichiarazione d’indipendenza parlava un inglese più simile a quello di Shakespeare rispetto alla madrepatria. L’americano cui ti riferisci tu è quello del ’900 ed è influenzato da due fattori principali:
    1- distanza dall’Inghilterra
    2- immigrazione
    motivi per cui non esistono due paesi anglofoni (o anche solo omofoni) che parlino esattamente la stessa lingua. Non c’è assolutamente nessuna intenzione nel modificare la lingua. Da parte di chi poi, del popolo o delle istituzioni?

    “La poesia americana è quella che ha fatto per la prima volta uso libero ma non incontrollato di parole oscene.”
    Sì, certo. Nel carme 36 di Catullo il poeta si riferisce alle opere di chi lo criticava apertamente come femminuccia, per le sue poesia d’amore, come “cacata charta”, nella sua prima traduzione, del 1895 come “carta imbrattata” e poi nel 1949 direttamente come “carta immerdata” e stiamo parlando di un poema a tutti gli effetti. C’è anche Seneca, che ti lascio immaginare, nelle Epistulae ad Lucilium, come si riferisse ai romani della vita mondana di allora che usavano il piscio per sbiancarsi i denti (visto che contiene il principio dell’ammoniaca).
    Per non parlare di Dante, ne “Le Rime” petrose parla di come vorrebbe scopare Petra contro un muro.
    Poi, proprio tra i romantici, c’è l’opera erotica “Gamiani” di Alfred de Musset che non è certamente delicata.

    Per quanto riguarda il termine inglese “fuck” non sarà stato nei vocabolari in cui ha guardato Ginsberg, perché se avesse guardato nell’ “Italian-English Dictionary” di John Florio del 1598, l’avrebbe trovata. Poi la sua prima apparizione letteraria è del 1475 in “Flen flyys”. La poesia anglosassone si occupava esplicitamente di sesso eccome e prima anche della scoperta dell’America. Sarebbe bastata una lettura veloce della pagina Wikipedia relativa al termine per saperlo. Senza contare che di sesso non stiamo parlando, motivo per cui in italiano non significa “sesso”, come dici, ma “fottere”, che ha evidentemente una sfumatura diversa.

    La scatologia è propria di tutte le lingue, letterature e tutte le epoche. È un genere letterario. Da sempre si parla esplicitamente di sesso.

    Infine, se proprio bisogna parlare di Umberto Eco, leggi “Semiotica e filosofia del linguaggio” dove dimostra chiaramente di non seguire pedissequamente tutte le regole per sentirsi a posto con la coscienza.

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